Di una torta. Di un mazzo di fiori e di un nuovo inizio.

2015-10-09 11.07.56Ho sempre pensato che una donna sia l’emblema della forza. Passiamo tempeste e cose che se ci fermiamo a pensare ci sembrano di poco conto ma agli occhi degli altri sono imprese titaniche. Nonostante questo non ci fermiamo mai.

Io invece ho deciso di fermarmi. Così di colpo. E in una data precisa: lunedì 21 settembre. Un lunedì mattina fresco, il primo giorno di autunno in una Milano splendida con un bel sole che stava salendo alto in cielo. E lì mentre camminavo per andare al lavoro è arrivato un colpo forte come uno schiaffo, non al cuore stranamente – ma questo l’ho capito qualche giorno dopo – no ma allo stomaco, forte tanto che mi sono seduta su una panchina al parco. E lì mi sono guardata intorno.

E lì avevo questo estraneo dall’altra parte del telefono che così, dalla notte al mattino mi diceva che non aveva più senso andare avanti. E lì ho capito quanto le persone sono meschine e codarde. L’avarizia di sentimenti non l’ho mai capita, io che pur di stare con la persona che amavo prendevo aerei, treni e navi per tornare da lui. Io che dico “ti voglio bene” e “ti amo” come se non mi costasse nulla.

E della voglia di dire quel che provo non mi voglio più provare, e anzi sono così felice che te ne sia andato dalla mia vita, tu che mi hai fatto chiudere gli occhi ed il cuore davanti a quel che volevo, davanti alla voglia di un uomo che mi fa sentire speciale, che mi regala fiori, che ha un pensiero dolce per me durante la giornata. Ma soprattutto davanti al desiderio di un Uomo che ci sia nei momenti più difficili, una persona che ti tiene la mano quando attraversi una malattia, un lavoro che non arriva o che non ti soddisfa. Un Uomo che è degno di essere al tuo fianco.

E quel lunedì mi sono accorta di quanto Milano, la compagnia di una persona avara ed un lavoro che non mi dava stimoli mi avessero “imbruttito l’anima” per dirla come la mia dolce Katia. E non ci ho pensato due volte a correre in stazione con un biglietto di sola andata, senza valigia, solo con la mia borsa correndo veloce verso gli unici affetti che hanno senso nella vita: la mia casa e la mia famiglia. E sì mi ha fatto male svegliarmi all’improvviso e vedere che tu non c’eri più ma in realtà non ci sei mai stato in questi quattordici mesi, mai dall’inizio sei stato solo una comparsa.

Però mi sono sentita leggera, libera, invincibile tanto che mi sono ritrovata a sorridere quel lunedì a sconosciuti sul treno, a chi mi vedeva in stazione, al ragazzo del bar che mi ha preparato l’ultimo caffè bevuto a Milano. Libera di avere davanti a me la mia vita, senza più vincoli, senza più ipocrisie di un lavoro dove non venivi ricompensato, dove i volti cambiavano a seconda della convenienza, dove il “grazie” e “brava” non sono mai stati pronunciati. Libera da te che rispondevi ai miei “ti voglio bene” con un “grazie”. Libera da una casa vuota, che diventava solo un letto in cui finire la giornata e una doccia da fare prima di andare a letto.

Questo post oggi non ha ricetta, perchè avevo pensato tante volte di chiudere il blog, di smettere di cucinare e vivere di take away, di non cucinare più per chi non ha mai apprezzato quello che mi costava fatica e amore. Poi ho pensato a chi mi ama, a te che sei lontano ma ci sei sempre dal 2007, alle mie ragazze lasciate a Milano che sono state la mia ancora di salvezza, alle dolci faccine che sono sparse per il mondo: Venezia, Istanbul, Atene, New York che amo alla follia. E lì ho capito che la vita è troppo breve, che non dobbiamo avere paura di dire cosa proviamo perchè è meglio un “ti amo” in più che un “ti amo” mai detto che genera rimorso.

E tornare a scrivere e cucinare perchè alla fine…tutto scorre…panta rei.

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